La guardia di Daniele De Rossi è finita

Di notti magiche Daniele De Rossi in carriera ne ha vissute diverse, a partire da quel Mondiale nel 2006. Già in Germania il capitano della Roma fece una perfetta sintesi di quella che sarebbe stata la sua carriera: lotta, passione e anche qualche intervento sopra le righe. Come la gomitata che gli costò una maxi squalifica. Alla fine però De Rossi tornò in tempo per battere un rigore nella finale contro la Francia. Quel 9 luglio di 13 anni fa Daniele non aveva barba e i capelli erano biondi, di un biondo simile al colore che da ragazzino d’estate prendono i tuoi peli quando vai tutti i giorni al mare. Ora De Rossi ha la barba, quella da guerriero di lunghe battaglie, i suoi capelli si sono scuriti e oggi la sua guardia è finita.

Il rigore di De Rossi nella finale del Mondiale 2006

«Io sarei anche rimasto ma la società ha deciso di non rinnovare il mio contratto. Lo avevo intuito, non sono un ragazzino e so che se per più di un anno e mezzo nessuno ti cerca significa che non continuerai. Loro vorrebbero che io facessi il dirigente ma io ancora mi sento un giocatore. Di certo c’è che se io fossi stato un dirigente della Roma uno come me lo avrei riconfermato». Sono queste le parole con le quali De Rossi si congeda dalla Roma. Un congedo strano avvenuto prima della fine del campionato con due gare fondamentali per i giallorossi per sperare in una Champions quasi impossibile. Un congedo comunque che rispecchia la schiettezza del giocatore. E se vogliamo anche la sua leadership nell’accettare le decisioni altrui ma nel ribadire sempre e comunque la propria posizione. Questo no grazie detto ai dirigenti della Roma ricorda un po’ quel no, non io detto a Giampiero Ventura durante lo spareggio con la Svezia che ci privò del Mondiale di Russia.

“dovemo vince, fate entra Lorenzo o Stephan”

De Rossi durante la sua carriera è stato umanamente coerente con il suo modo di essere. Negli anni è cresciuto tanto, modificando più volte la propria identità in campo, senza però mai modificare la propria identità di uomo. Daniele è una bandiera atipica. Non solo perché da romano ha vissuto gran parte della propria carriera all’ombra di un mostro sacro come Totti, ma perché spesso è stato criticato, è mancato in alcuni momenti decisivi e più di una volta è stato ai ferri corti con la curva giallorossa. Nonostante questo nessuno può negare che De Rossi sia una bandiera, e la sua forza sta proprio tutta qui: riuscire a diventare un simbolo non per dei colpi di classe universalmente riconoscibili ma per la sua forza come uomo, con pregi e difetti mai mascherati.

Il rigore di De Rossi nella rimonta al Barcellona visto dalla Curva Sud

Personalmente credo che la partita manifesto di Daniele De Rossi sia il ritorno della scorsa Champions League contro il Barcellona ai quarti. In Europa De Rossi ha spesso fatto passaggi a vuoto, pensiamo all’espulsione dopo soli 40 minuti contro il Porto nel 2016 ai preliminari. Ma nella notte di aprile dello scorso anno Daniele ha fatto la partita perfetta, quella che riesce a riassumere una carriera intera. Una partita di sacrificio e di intelligenza tattica. Protetto da Strootman e Nainggolan Daniele ha agito da mediano metodista, arretrando sulla linea dei difensori in fase di impostazione e di non possesso per dare manovra o copertura in base alla situazione tattica. Inoltre i suoi lanci verso Dzeko o l’inserimento degli esterni sono stati la vera spina nel fianco per la difesa blaugrana.

Con quella barba da guerriero stanco ma con ancora degli obiettivi De Rossi oggi alla conferenza stampa del suo addio da Roma sembrava uscito direttamente da una puntata di Game of Thrones. Così come Jon Snow quando abbandonò i Guardiani della Notte anche la guardia di Daniele in giallorosso è finita. Ma la sua storia potrebbe iniziare ora, un giorno ci auguriamo di vederlo seduto sul proprio Trono di Spade, ossia la panchina giallorossa.

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