Less is more, o come Allegri vede il calcio

Nella dialettica di Massimiliano Allegri da Livorno ci sono alcune figure retoriche che tornano spesso. Da quelle sui cavalli, perfettamente analizzate da Marco D’Ottavi su L’Ultimo Uomo, a quelle sui dottori. Succede a tutti noi, specie quando dobbiamo parlare in pubblico, di avere degli esempi o delle parole chiave che tendiamo a usare con maggiore frequenza rispetto ad altri. Frasi che sentiamo nostre per esperienze precedenti e con le quali i nostri concetti sembrano più saldi. Un altro passaggio fondamentale, molto probabilmente il concetto cardine nella logica di Allegri, è l’argomentazione della semplicità del calcio.

“Il calcio è semplice, non complicate il calcio”

Per Allegri, come ha provato a spiegare più volte, la giocata del singolo (quello più dotato della squadra) se inserita in un contesto di gruppo solido e concentrato vale più di qualsiasi schema. L’allenatore della Juventus argomenta la sua teoria dicendo che altrimenti non esisterebbero giocatori come Messi o Ronaldo che valgono centinaia e centinaia di milioni di euro. In questa logica di calcio fatta da uomini prima che da idee non dobbiamo pensare che un singolo prevalga sul concetto di squadra. Ogni giocatore deve dare il massimo per far rendere al meglio se stesso e i compagni. Pare evidente però che in questa visione del pallone lo schema che si eleva sopra le singole capacità del gruppo è il nemico numero uno.

Allegri, forse, è l’ultimo dei sofisti del mondo del pallone. Nel senso che rifiuta la ricerca metafisica e cosmologica del calcio dando maggiore valore al principio della soggettività. Nonostante per diversi anni sia stato considerato un buon allenatore ma non uno in grado di influenzare il pensiero dei suoi colleghi, a differenza di quello che possono aver fatto tecnici come Guardiola o Sarri, negli ultimi tempi, perché alla fine è il campo a guidare i giudizi, sta emergendo nel tecnico livornese la figura del maestro. Sono sempre di più le frasi ideologiche che possiamo attribuire ad Allegri e il suo libro dal titolo, neanche a dirlo, “È molto semplice”, sembra il lavoro finale della sua scuola di pensiero.

Quella di Allegri, almeno leggendo alcune delle 32 regole del suo libro, pare essere una logica ideale dello stare al mondo più che una riflessione dello stare in campo. Ma quando per anni e anni la tua vita privata e quella professionale sono rimaste separate da una semplice linea bianca di fondo campo è inevitabile che le due si uniscano in maniera indecifrabile. La prima regola di Allegri dice tutto del pensiero del tecnico da Livorno. Una sorta di massima dell’allegrismo:


Regola 1: Se ci avessero insegnato di meno, avremmo imparato di più.

Fin qui abbiamo parlato di semplicità e di riduzione del gioco. Si passa dallo schema al di sopra dei giocatori ai giocatori che con le loro abilità soggettive influenzano l’andamento di un gruppo. In questo senso verrebbe da pensare che per Allegri l’atteggiamento migliore sia: costruzione di gioco e poi palla al migliore dei nostri che la risolve lui. In realtà il pensiero del tecnico è più profondo di così. La stessa Semplicità, intesa come riduzione, va applicata non solo alla squadra ma anche al singolo.

Regola 3: La semplicità è la cosa più difficile. Più scendi di categoria, meno i giocatori passano la palla, perché vogliono dimostrare quanto sono bravi.

Va detto che nell’epoca dei numeri, della tecnologia applicata al calcio, delle mille inquadrature per analizzare una singola azione, l’ideologia del Less Is More è attuale ma difficile da insegnare. E infatti in più di un’occasione Allegri nelle interviste in televisione ha perso le staffe dopo una domanda sul gioco dei suoi. Anche dopo una vittoria netta.

“Ci vuole semplicità, alle volte sembra come se in una partita di calcio bisogna mandare i missili sulla Luna”

Il concetto di semplicità dell’allegrismo nasce dagli insegnamenti di un maestro. Come in tutte le scuole di pensiero al mondo. Più volte Allegri ha dichiarato dell’influenza che ha avuto Giovanni Galeone da Napoli nella sua ideologia calcistica. Ed è proprio dopo la vittoria del settimo scudetto che Allegri parla degli insegnamenti che ha raccolto in 30 anni di vita con Galeone. E la prima cosa che cita è proprio la Semplicità.

“Galeone mi ha trasmesso la sua Semplicità”

Chi ha giocato a calcio, anche solo a livello giovanile, e magari è stato almeno una volta il più scarsino della squadra, sa che nella gestione dei cambi, e quindi degli uomini, esistono fondamentalmente solo due tipologie di allenatori. C’è quello che preferisce non fare troppe modifiche, e allora se voi siete i più scarsi giocherete solo i minuti di recupero delle partite almeno sul 3-0. E poi c’è chi ama sperimentare, e se siete i più scarsi allora avrete la possibilità di giocare un po’ di più ma di fatto in tutti i ruoli del campo. Un giorno terzino, l’altro esterno, poi seconda punta e così via.

Allegri fa parte sicuramente della prima categoria di tecnici e in qualche modo per il suo volere di togliere e non aggiungere (dati, schemi, interpretazioni) al calcio è sicuramente il meno contemporaneo tra gli allenatori di prima fascia. Allo stesso tempo però, seppur prendendo spunto da un calcio primordiale, Allegri è uno dei tecnici più moderni, almeno nella gestione degli uomini, che il calcio attuale sta offrendo.

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